L’analisi
qui sviluppata si è mossa nell’ambito
degli spazi espositivi,
alla ricerca di quelle iniziative nate nell’intenzione
di agevolare la visita da parte di persone
cieche o ipovedenti.
Al contrario di quanto avviene con la vista,
mediante la quale è possibile mantenersi
in un rapporto a distanza, questo tipo di
esperienze necessita di un contatto personale
con le cose ed i luoghi. Pertanto, per conservare
questa componente, che assume un importanza
determinante nell’esperienza del non
vedente, si è cercato di
condurre la ricerca instaurando un rapporto
diretto con gli spazi espositivi, gli oggetti
e le persone che attivamente si muovono
in questo ambito.
Partendo da un’ipotesi che delinea
l’apporto che una simile esperienza
potrebbe potenzialmente fornire al visitatore
cieco, si è cercato di delineare
nel modo più articolato possibile
i profili dei soggetti che ne sono coinvolti
- ovvero la persona cieca e coloro che hanno
ideato per lei delle soluzioni per avvicinarla
al mondo museale - i mezzi adoperati al
fine di raggiungere il destinatario privilegiato
ed i luoghi ove questo avviene.
Se in alcuni casi le informazioni che sarebbero
potute arrivare, giungono a destinazione,
in altri, non arrivano nella maniera che
si sarebbe desiderata ed è parso
che i motivi per i quali ciò avviene
fossero essenzialmente due. Da una parte,
la giusta intenzione di soddisfare le esigenze
specifiche del cieco, può arrivare
ad escluderlo da quelli che sono gli itinerari
comuni. All’opposto, il tentativo
di integrazione in un mondo
di vedenti del quale fa parte a tutti gli
effetti, può portare a non tenere
conto invece di quelli che sono proprio
i bisogni particolari, dai quali non si
può prescindere. Nel prendere coscienza
dell’aspetto globale di questa situazione
si è guardato continuamente verso
l’alto di una piramide, sulla cui
sommità era stata posta la persona
cieca, verso la quale tutto converge, ma
che in definitiva si colloca in posizione
isolata e distante da quanto le ruota attorno.
Al termine di ciò è parso
più utile modificare la propria posizione
di osservazione, prendendo posto accanto
al cieco, in uno sguardo verso il basso
che si apre a dismisura, verso una base
i cui estremi paiono essere molto lontani.
Guardando dalla posizione di quel cieco,
che porta in sé gli occhi del vedente,
pare importante riuscire a creare una compenetrazione
tra visivo e non visivo, in un
sottile gioco, più facile da teorizzare
che da attuare.